In questa parentesi letteraria proverò a riflettere su alcune tematiche riferite al mondo della migrazione e del migrante, aiutandomi con voci e verità di illustri pensatori.
Partiamo riflettendo sulle diversità di migrante che Edouard Glissant individua nei suoi studi sulla realtà americana. Individuiamo tre tipologie di migrante: il Migrante Armato (colui che sbarca dalle navi di conquista, risale il fiume con le armi e diventa fondatore) il Migrante Familiare (colui che viene con il tostapane, le pentole e le foto dei familiari, per popolare e stabilirsi in zone favorevoli) il Migrante Nudo (viene trasportato a forza o per necessità in terre lontane dalle proprie).
Queste tipologie di migranti si fondono con la popolazione locale dando vita a quel fenomeno denominato creolizzazione, una realtà che annulla sempre più le frontiere e le barriere avvicinando l’umanità alla condivisione. I continenti americani sono una palese dimostrazione di ciò.
Il termine Creolizzazione deriva dal termine creolo e dalla realtà delle lingue creole. Idiomi compositi, nati dal contatto fra elementi linguistici completamente dissimili tra loro. (ad esempio le lingue caraibiche, spesso commistioni di vocaboli di origine europea, indigena e africana).
Secondo Glissant “Il mondo si creolizza”: le culture del mondo, messe a contatto simultaneamente e coscientemente, si modificano; un processo di evidente cambiamento che avviene sia tramite gli scambi bellici e sia grazie all’evoluzione del progresso della speranza, che si esprime con la convinzione che l’identità differente di ogni altro essere è positiva per la propria. I processi di creolizzazione sono mirati all’apertura mentale e spirituale dell’umanità e si realizzano completamente quando gli elementi eterogenei messi in relazione si “intervalorizzano”, eliminando la degradazione e la diminuzione dell’essere e attuando una continua mescolanza.
Edmond Jabes analizza la questione della migrazione partendo da un altro punto: “Mi sono accorto, un giorno, che una cosa mi importava più di altre storie, quale definizione dare di me in quanto straniero? Mi sono poi accorto che, nella sua vulnerabilità lo straniero poteva contare soltanto sull’ospitalità che l’altro poteva offrirgli. Proprio come le parole beneficiano dell’ospitalità loro offerta dalla pagina bianca e l’uccello di quella condizione che gli offre il cielo.”
Mentre Edward Said ci fornisce un’altra interessante considerazione: “l’esule sa che in un mondo secolare e contingente le case sono sempre provvisorie. Gli esuli attraversano le frontiere, abbattono le barriere del pensiero e dell’esperienza”.
In generale possiamo identificare nel mondo la dispersione dei popoli e delle culture. Ci troviamo di fronte inevitabilmente a storie mischiate, miscele culturali, lingue composite che stanno al centro della Storia attuale. Il linguaggio, che sia puramente linguistico oppure letterario, culturale, religioso o musicale, viene riproposto dall’umanità migrante come un’entità presa, fatta a pezzi e riformulata con inflessione nuova. È infatti il fenomeno dispersivo, creato dalla migrazione, a mettere in discussione i temi fondamentali del mondo contemporaneo: la nazione e la letteratura, la lingua e il senso dell’identità.
Il fenomeno della migrazione oggi affronta il problema dell’illegalità e della clandestinità, spesso denunciato solo pubblicamente e poi assorbito per le esigenti lavorative delle nazioni accoglienti. Spesso questo fenomeno si lega all’aspetto della sicurezza, come se il cosiddetto altro debba avere in ogni situazione e circostanza una connotazione negativa.
In realtà siamo di fronte alla trasformazione delle società nazionali, che diventano sempre più multietniche. Si sviluppano le culture ibride e le realtà meticcie. Oggi l’umanità deve accettare questo fatto, scoprendo che l’incontro con le culture divergenti può rappresentare un vero e proprio arricchimento. La cosiddetta civiltà occidentale deve liberarsi dalle mostruosità che hanno contaminato la sua ragione ed evoluzione: la pulizia etnica, l’ideologia razzista, i genocidi, etc. Tutte questioni che evidenziano il volersi porre in un gradino più alto rispetto ai popoli lontani dal proprio modo di vivere. Una superiorità inesistente, nata su preconcetti e stereotipi che hanno creato questa situazione di diffidenza verso lo straniero.
Liberiamoci da queste catene che avvolgono il cervello e proviamo ad accogliere a dare un volto, un nome, un’identità, un’uguaglianza a chi appartiene a un mondo, lontano dal nostro, ma con il quale veniamo inevitabilmente a contatto.
Alessandro Frau



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